Maggio 2007
Sei anni passati a far incontrare
ricerca di frontiera, arte e politica. Adam
Bly, fondatore
della rivista statunitense in questi giorni in Italia
per FEST.
Chi ha detto che
la scienza non può essere
cool? Che una rivista scientifica sottobraccio non
può essere uno status symbol? Con questa idea è nata,
nel 2001, Seed,
la rivista statunitense che si proponeva di fare per
la scienza quello che dieci anni prima Wired aveva
fatto per la tecnologia, e prima ancora Rolling Stone
per la musica rock. Il papà di Seed (più che
altro un ragazzo padre) è il ventiseienne Adam
Bly. Dopo essere stato un giovane prodigio
della scienza canadese (a 16 anni diventò il
più giovane ricercatore del National Research
Council del Canada, dove da biologo si occupava di
ricerche sul cancro), all'inizio del decennio decise
di lasciare la ricerca per la comunicazione, fondando Seed nel
novembre del 2001. Distinguendosi subito dal panorama
della divulgazione scientifica, anche di quella più attenta
a incuriosire il lettore, come New Scientist per capirci.
Stile ricercato, grande attenzione alla grafica, un
occhio al costume e un aggressivo marketing rivolto
ai lettori “affluenti” (professionisti
con buone possibilità di acquisto e livello
culturale medio/alto). Un parco collaboratori di alto
livello (James Watson, Freeman
Dyson, Edward Wilson, Daniel
Dennett tra gli altri, ma anche il musicista
David Byrne o il romanziere Jonathan Lethem), e lunghi
articoli figli della tradizione del new journalism,
spesso più simili a racconti che a reportage
giornalistici. E un'idea fissa: la contaminazione tra
la scienza e gli altri campi della cultura, dalla musica
al romanzo alle arti figurative.