Considero una delle circostanze fortunate della mia vita l’aver
conosciuto da vicino Freeman Dyson ed essergli diventato amico. Non saprei
datare l’inizio della nostra conoscenza, ma ricordo che c’incontrammo
per la prima volta a Princeton, ormai più di trent’anni fa,
e ci rivedemmo a San Diego, presso la General Atomics, e ancora a Princeton,
all’Institute for Advanced Studies, e diverse altre volte.
Vi sono stati, in particolare, punti inaspettati d’intersezione
delle nostre traiettorie: uno di questi momenti, di sicuro avvincente,
nel 1989 al Jet Propulsion Laboratory, presso Pasadena, in California,
entrambi “presenti” all’incontro della navicella spaziale
“Voyager II” con Nettuno, il pianeta ora più distante:
io tra gli addetti ai lavori, nell’inner sanctuary del progetto,
con i pochissimi fortunati destinati a ricevere i primi risultati delle
osservazioni e i nuovi dati; lui, con la sua straordinaria immaginazione
e fantasia, in sala stampa, se ben ricordo, interessato anche all’aspetto
umano di quella vicenda.
Entrambi abbiamo provato ed espresso il nostro disappunto, in occasioni
differenti e separate, nei confronti di macchine eccessivamente grandi
e del gigantismo di certe imprese scientifiche e siamo stati coinvolti,
in circostanze e con funzioni diverse, nella progettazione di macchine
per esperimenti avanzati. Quando è uscito con molto successo il
suo primo libro Disturbing the Universe, leggendolo ho avuto la sensazione
di continuare le nostre conversazioni. Queste erano in parte “parlate”
e in parte “pensate”, perché, quando ci incontravamo,
la mia impressione era che molte cose fossero implicite.
Mi è sembrato che il corso dei nostri pensieri fluisse in direzioni
parallele. A tal proposito, un amico mi ricordava, poco tempo fa, il famoso
racconto di Poe, I delitti della Rue Morgue, che si apre con una descrizione
delle facoltà analitiche del pensiero umano e continua con l’episodio
in cui il geniale Dupin “indovina” o “riconosce telepaticamente”
i pensieri dell’amico con il quale sta camminando per le strade
di Parigi, attraverso una serie concatenata di idee, suggerimenti, sensazioni
istintive e comunione di progetti generali.
Di quel suo primo libro, inoltre, mi sorprese la descrizione del sogno
con cui si conclude e che egli ha raccontato nuovamente in termini ancora
più vivaci in un recente scritto.
Oggi, leggendo questo libro-dialogo, vi ho ritrovato intatti lo spirito
e la vivacità d’espressione di Dyson e ancora una volta è
stato come continuare una conversazione, veramente mai interrotta, con
la sorpresa di nuovi inaspettati sprazzi di intuizione.
Dyson è riuscito con la propria personale testimonianza a dare
un’immagine viva dei sentimenti, dei modi di pensare e delle prospettive
che circolano nella comunità scientifica di questo periodo storico
e che, tuttavia, non sono comunemente noti. Mi auguro che i lettori italiani
provino, nel leggerlo, la stessa gioia per le idee inaspettate, talvolta
assai bizzarre, per l’onestà intellettuale e la vivace intuizione
creativa di un amico così fuori dall’ordinario.
*Docente di Fisica e Ricercatore, Massachusetts Institute of Technology