Il Sole-24 Ore, domenica 28 settembre
2003, pag. 33
La natura ha più fantasia
di noi
Riflessioni su biologia, astrofisica,
etica e altri mondi di un fisico geniale e imprevedibile
Umberto Bottazzini
(Freeman Dyson, «L’importanza
di essere imprevedibile», Di Renzo Editore, Roma
2003)
È uno scenario avveniristico,
quello che ci presenta Freeman Dyson in queste pagine.
Più vicino alla fantascienza che alla scienza.
Popolato di pesci congelati orbitanti intorno a Giove
e piante e sangue caldo su Marte. Idee fantasiose, non
c’è dubbio. Ma, avverte Dyson, fantasiosa
«la natura nel regno biologico, ha la tendenza
a esserlo, e di solito ha più fantasia di noi».
Del resto, «mentre esploriamo l’Universo
e cerchiamo tracce di vita, possiamo cercare cose probabili,
ma difficili da individuare, o cose improbabili, ma
facili da rilevare e, nel decidere che cosa cercare,
la facilità di rilevamento è un criterio
utile quanto la probabilità».
Secondo Dyson, nell’esplorazione dello spazio
occorre distinguere tra scopi a breve termine e quelli
a lungo termine. E il sogno di espandere nell’Universo
il regno della vita terrestre appartiene a questi ultimi.
Così come l’idea di viaggi a basso costo
e la formazione di colonie umane nel sistema solare.
O l’idea di sonde spaziali come farfalle, che
viaggiano sospinte da sottili vele solari e al posto
degli occhi hanno sistemi di visualizzazione spettroscopica
ad alta risoluzione. Centinaia di queste sonde, dice
Dyson, potrebbero spaziare nell’area interna del
sistema solare sino alla fascia degli asteroidi, potrebbero
effettuare osservazioni altamente specializzate di pianeti
e asteroidi. Potrebbero atterrare sugli asteroidi, muoversi
alimentate da motori a jet ionici a energia solare,
esplorare il sistema planetario sino a Plutone, e così
via fantasticando. Ma per Dyson non c’è
niente di magico o di fantastico nel pensare di realizzare
simili apparecchiature, teoricamente possibili. E la
fattibilità di quelle missioni dipende in larga
misura dai fondamentali progressi che la biologia ci
riserva nel futuro prossimo.
Freeman Dyson non è un fantasioso scrittore di
fantascienza, ma una figura di primo piano del mondo
scientifico contemporaneo. Nelle pagine iniziali del
volume egli ricorda gli anni della sua formazione a
Cambridge durante la guerra, le figure dei suoi professori,
matematici e fisici famosi come Hardy e Littlewood,
Dirac ed Eddington, che facevano lezione «di fronte
a quattro o cinque studenti, intorno a un tavolo in
piccole aule». E poi gli anni del dopoguerra,
alla Cornell University, con Bethe e Feynman. Nel 1953
Dyson si stabilì a Princeton accettando un’offerta
di insegnamento presso l’Institute for Advanced
Studies. Da allora ha lavorato a un gran numero di problemi
nei campi più diversi, dalla meccanica statistica
alla fisica degli stati condensati all’astronomia
e alla biologia. In quegli anni, ricorda Dyson, spesso
mi venivano in mente le parole di Hardy, che «una
scienza si definisce utile se il suo sviluppo tende
ad accentuare le disuguaglianze esistenti nella distribuzione
della ricchezza o, più direttamente, a promuovere
la distruzione della vita umana».