Galileo, 30 gennaio 1999,
Previsioni
La sfera di Dyson
Francesca Garofalo
Nel 1960, con un articolo pubblicato
sul settimanale americano Science, il fisico inglese
Freeman Dyson si avventurò nel campo dell'immaginazione
- cosa piuttosto insolita per uno scienziato - supponendo
l'esistenza di altre forme viventi nell'universo e fornendo
una serie di strumenti per localizzarle. Le affermazioni
di Dyson suscitarono immediatamente delle reazioni violente
da parte dei colleghi più "ortodossi".
Ma attivarono anche la curiosità dei cultori
della fantascienza, che ribattezzarono il suo metodo
di ricerca con il nome di "sfera di Dyson".
Da allora questo grande esploratore del mondo fisico
è diventato un 'outsider', o un 'genio incompreso',
a seconda dei punti di vista. L'astronoma Margherita
Hack, per esempio, lo definisce "un fisico matematico
che crede in un futuro da fantascienza". Ma quanta
fantascienza non è ormai diventata realtà?
La verità è che quando si ragiona su misure
enormi - l'infinitamente piccolo della biologia molecolare
o l'infinitamente grande della fisica teorica - gran
parte della credibilità scientifica è
affidata alla coerenza di una formula matematica, il
più delle volte non verificabile, e a una buona
dose di fantasia. E se si è sulla strada giusta,
i fatti non potranno che dimostrarlo, anche se con un
certo ritardo.
In questo ultimo libro (Freeman Dyson L'importanza di
essere imprevedibile, Di Renzo Editore 1998, pp. 78)
la fantasia di Dyson spazia liberamente, trasformando
ogni idea, anche la più strampalata, in un progetto
da realizzare a breve o a lungo termine. Ecco così
che il metodo migliore per trovare tracce di vita nell'oceano
di Europa diventa quello di cercare "pesci congelati"
in orbita attorno a Giove. E perché non andare
a scovare i luoghi della superficie marziana dove si
sono nascoste le "piante a sangue caldo"?
L'interesse del libro, però, non è solo
in queste bizzarrie da scienziato pazzo. Ben più
serie sono infatti le sue considerazioni sulla politica
spaziale degli Stati Uniti. Perché mai, si chiede
Dyson, sono stati spesi milioni di dollari per una spedizione
su Marte, quando a Houston si disponeva già di
meteoriti di provenienza marziana? Perché ci
si ostina a mandare in orbita apparecchiature dalle
dimensioni esagerate, quando basterebbe una navetta
grande quanto un pollo per registrare accuratamente
ciò che accade nello spazio circostante? Perché
si continuano ad usare motori a propulsione, quando
un raggio laser o un fascio magnetico potrebbero muovere
un'intera montagna?
A queste domande Dyson non fornisce risposte. Ma insinua
il dubbio e la curiosità: quel tanto che basta
per essere "imprevedibile".