L’espresso, n. 21, 2 giugno
2005, pag. 180
Genetica fai-da-te
La possibilità di trasferire
geni tre specie diverse sarà alla portata di
tutti. Con nuovi scenari. E molti rischi.
Colloquio con Freeman Dyson di
Stefano Gulmanelli
La distinzione fra le specie? Sarà
sempre più blanda grazie alla nostra crescente
capacità di trasferire geni fra orgasmi viventi
di specie diverse: parola di Freeman Dyson, scienziato
di fama assoluta, considerato uno dei cinque geni scientifici
viventi, a cui piacciono le affermazioni che spiazzano.
Perché lui non prova nessun disgusto di fronte
alle manipolazioni genetiche, anche le più audaci.
Gli abbiamo chiesto come vede il nuovo mondo biotech.
Professor Dyson, siamo a una svolta
nella storia dell’uomo?
«A dire il vero il punto di svolta si è
avuto una decina di migliaia di anni fa, quando una
specie su tutte, l’uomo ha vinto la competizione
e ha cominciato a riorganizzare a suo uso e consumo
la biosfera. Da allora il cambiamento non è stato
più trainato dall’evoluzione biologica,
quanto da quella culturale. Il che ha accelerato il
ritmo del cambiamento, perché le idee hanno la
caratteristica di essere enormemente più veloci
dei geni nel trasferirsi da un individuo all’altro.
Ma negli scorsi trent’anni l’uomo è
andato più in là: ha cominciato, grazie
alla biotecnologia, a trasferire i geni».
Una padronanza dell’ingegneria
genetica che avrà ovviamente notevoli ripercussioni
sul futuro dell’uomo in quanto tale.
«Assolutamente. Il futuro dell’evoluzione
umana sarà radicalmente diverso dal passato.
Avremo la possibilità di determinare, nel bene
o nel male, la nostra evoluzione: ogni generazione avrà
infatti i mezzi per modificare il corredo genetico dei
propri figli. I limiti saranno dati da un lato dalle
leggi, dall’altro dei costumi e dai desideri della
società. Le prime sono oggi, per quanto diverse
da Paese a Paese, assai restrittive e punitive per chi
li viola; difficile dire come evolveranno in futuro:
ma è presumibile che un certo grado di libertà
di intervento genetico verrà ammesso. E qui diventano
importanti le scelte degli individui e della società.
Al riguardo c’è qualcosa che mi preme sottolineare:
i genitori, potendo scegliere, cercheranno di migliorare
i propri figli nelle loro capacità fisiche e
intellettuali. Ma modificare geneticamente il modo in
cui opera il cervello è intrinsecamente pericoloso,
un po’ come darsi all’uso di droghe che
danno assuefazione: si perde il contatto con la realtà
e si mettono in discussione le radici emozionali dell’individuo.
Ne può risultare compromesso il sistema di valori,
sia individuale che dell’intera società.
L’intelligenza, ricordiamolo, è un mezzo
per raggiungere un fine che è determinato dalle
nostre emozioni e dal nostro sistema naturale di valori.
Non a caso le strutture limbiche del nostro cervello,
in cui si reputa risiedano le emozioni, sono più
antiche della corteccia cerebrale che è sede
della nostra intelligenza. Potrebbe perciò essere
pericoloso modificare geneticamente i nostri figli per
cercare di renderli più capaci e, in ultimi analisi,
più felici. E poi, un essere umano sempre felice
non sarebbe più davvero umano».
Come sarà allora l’uomo
del prossimo secolo?
«Non credo che gli umani del 2105 saranno molto
diversi da quelli del giorno d’oggi. Ammesso che,
come abbiamo detto, venga concessa una certa libertà
in materia di interventi genetici, immagino che saranno
molto pochi i genitori che sceglieranno di avere figli
decisamente diversi da sé. Ma non sono sicuro
che le risponderei così se lei mi chiedesse se
potremo ancora riconoscere simile a noi un essere umano
del 3005».
A proposito di utilizzo della biotecnologia, lei ha
anche scritto: «In un futuro non lontano la biotecnologia
diventerà un’attività domestica,
condotta con kit biotech fai-da-te». Perché,
e come ciò potrebbe avvenire?«Cinquant’anni
fa ero a Princeton quando John von Neumann realizzò
il primo elaboratore elettronico capace di operare sulla
base di istruzioni codificate, il cosiddetto software.
Egli si rese subito conto che la sua invenzione avrebbe
cambiato radicalmente il mondo, e che i discendenti
della sua macchina sarebbero diventati fondamentali
nella ricerca scientifica, nella gestione del business
o nelle varie attività dei governi. Ma pensò
sempre che i computer sarebbero rimasti enormi e costosissimi,
al servizio di grandi istituti di ricerca e grandi istituzioni
politiche o commerciali. Non capì che la sua
invenzione poteva divenire tanto piccola ed economica
da poter essere alla portata di tutti, anche di ragazzini
che la usassero per farci i compiti o divertirsi con
i video giochi. Oggi nei confronti della biotecnologia
vedo un atteggiamento alla von Neumann: l’ingegneria
genetica è considerata un’attività
destinata a restare per sempre nelle mani e sotto il
controllo delle grandi corporation farmaceutiche o dell’agribusiness
come Monsanto. Io invece sono convinto che si ripeterà
quanto già accaduto con i computer. Accadrà
perché il biotech in versione domestica apre
grandi opportunità ai singoli individui, proprio
come è successo con i personal computer. E se
il biotech arriverà alla portata della gente,
la gente lo vorrà; e se la gente lo vorrà,
ci sarà chi lo produrrà e lo venderà».
Ma lo vorrà per farci cosa?
«Un po’ di tempo fa ho passato una giornata
al Philadelphia Flower Show, la più importante
mostra di floricultura del mondo, dove i coltivatori
accorrono orgogliosi a mostrare le loro creazioni botaniche.
Guardando i risultati degli innesti e degli incroci
creati da costoro mi sono chiesto che cosa queste persone
saranno in grado di fare il giorno che avranno a loro
disposizione i kit fai-da-te di ingegneria genetica.
Immagino che verranno realizzate varietà totalmente
nuove di rose e di orchidee o, dagli amanti di animali
domestici, nuove subspecie di cani e gatti, di piccioni
e pappagalli. Il risultato, per certi versi paradossale,
sarà che l’ingegneria genetica alla portata
di tutti provocherà una vera e propria esplosione
della bio-diversità, proprio il contrario della
spinta alla monocultura che cercano di imprimere oggi
i detentori di questa tecnologia. Lo stadio finale del
processo di banalizzazione e massificazione della biotecnologia
saranno per l’appunto i “biotech games”,
con cui i ragazzini, muniti di sintetizzatori del Dna
a bassissimo costo che acquisteranno come oggi acquistano
L’iPod o GarageBand, giocheranno usando vere uova
e sementi vive, proprio come oggi giocano con le immagini
sullo schermo dei computer. D’altronde chi avrebbe
mai ipotizzato la comparsa dei videogame quando l’utilizzo
principe dell’elaboratore di von Neumann era lo
studio per la creazione della bomba a idrogeno?».
Un simile scenario inquietante avrà pure delle
controindicazioni? «Giocare con il biotech è
certamente rischioso. Come è pure evidente che
l’aumento della bio-diversità per questa
via potrebbe produrre effetti collaterali indesiderati,
peraltro, credo, ampiamente compensati dagli aspetti
positivi. È chiaro quindi che, a parte il solito
ruolo che giocherà la fortuna, dovranno essere
pensate alcune regole e norme per evitare che queste
pratiche facciano danno a chi le usa e agli altri».
Lei ammette la necessità di regole e norme per
la pratica del biotech: ma contesta duramente la censura
della ricerca, che molti propongono nel campo della
biotecnologia in virtù dei rischi senza precedenti
e delle conseguenze irreversibili cui ci si esporrebbe
creando nuovi organismi viventi. «La censura aprioristica
di una parte della conoscenza finisce poi per inibire
ogni forma di attività intellettuale o di ricerca.
È per esempio successo in italia ai tempi di
Galileo, e in Russia ai tempi di Lysenko. A parte ciò,
è una strada che si presta agli abusi politicamente
motivati. Quanto alla percezione di un pericolo inedito
e ai rischi irreversibili, consiglio di dare un’occhiata
alla “Aeropagitica” di John Milton, il discorso
al Parlamento inglese con cui il poeta inglese perorava
la causa della totale e incondizionata libertà
di stampa. Era il XVII secolo e l’Europa era in
preda a guerre devastanti, in gran parte a carattere
religioso. Lasciare circolare liberamente le idee era
considerato un rischio potenzialmente letale e irreversibile
per lo stesso destino del continente. Un rischio che
Milton sosteneva andasse però comunque corso.
Ebbene, io ritengo si possa fare un parallelo fra il
timore del contagio della libera circolazione delle
idee di allora, con il timore del contagio di agenti
patogeni o organismi generati dalla libertà di
ricerca. Timori fondati, ma in entrambi i casi non risolvibili
inibendo la conoscenza. Non dimentichiamolo mai: non
c’è alcun motivo per dimostrare che, fermando
la biotecnologia, il mondo possa diventare un posto
più sicuro».